Una domenica di fine Novembre al parco minerario Floristella

Aveva piovuto copiosamente nelle giornate precedenti e alla sera la nebbia era talmente fitta da impedirci di vedere oltre la balaustra del terrazzo: solo aloni di luce sbiaditi provenire dalla bottega di Lucia, dal chioschetto di fronte e dai fari di rare automobili di passaggio.

Al nostro risveglio, domenica mattina, spalancai la finestra ed eccoli li: Telma, Karabà, il cielo azzurro e il sole!

Mentre Ni sonnecchiava ancora un pò nel suo lettino ne approfittai per preparare la colazione: pane e confettura di  kaki, noci, latte di soia e caffè. Sistemai negli zaini i panini imbottiti la sera prima con filetti di sgombro al cartoccio, indossai le mie adorate scarpe da trekking e mi precipitai a svegliare Ni che stava già rivendicando la sua “tetta” mattutina.

Pronti noi, pronti i nonni in attesa del nipotino, Karabà nel trasportino e via verso la meta: il parco archeologico minerario Floristella Grottacalda.

All’ingresso del parco un’area attrezzata e un palmento. Tutto intorno pinete, sentieri e carrarecce, neanche il ceppo di una vite! Oltrepassammo un piccolo e traballante ponticello di legno e, attraverso il bosco, avanzammo giù per la collina lungo una scalinata di roccia muschiosa.

Gradualmente, lungo il cammino, l’ombra degli alberi ha cominciato ad affievolirsi, come a volerci introdurre lo spettacolo al quale avremmo assistito a breve: un palazzo di fine 8oo si stagliava nella luce abbacinante di uno slargo sabbioso e dominava, sul palcoscenico di una collina, i resti di una realtà indelebile nella memoria dei nostri anziani, quella delle miniere di estrazione dello zolfo.

Il palazzo Pennisi, residenza estiva della famiglia proprietaria della miniera, dalla quale prende il nome, originariamente era circondato da un vasto vigneto. L’uva, dopo la vendemmia, veniva conferita al palmento e, una volta pigiata, sfilava lungo una passerella sotterranea, la “via del mosto”, attraverso la quale raggiungeva direttamente le cantine dei baroni di Floristella.

Proseguendo lungo il cammino, ci siamo addentrati nell’anima della miniera: i pozzi d’estrazione, i castelletti, i binari e i vagoncini per il trasporto del minerale appena estratto, le discenderie, che consentivano l’accesso alle gallerie sotterranee, e i forni di fusione.

Attraversando quel luogo pregno del profumo della menta nepeta, ho immaginato l’odore acre e pungente dello zolfo, i colpi ritmici dei picconi e il canto spezzato di un canarino, bambini piccoli e magri addentrarsi nudi nei cunicoli più stretti e uomini con la fronte madida di sudore, la schiena piegata dalla fatica e la speranza di risalire vivi dalle viscere della terra.

Verso la fine del percorso, dopo aver costeggiato il perimetro di un bosco abbattuto dalla furia di un ciclone, abbiamo raggiunto le maccalube, timidi vulcanelli di fango che quel giorno avevano deciso di non manifestasi.

Al ritorno, prima del pranzo, una breve visita alla parete di gesso cangiante lungo la vecchia strada ferrata, attraverso cui lo zolfo veniva trasportato verso il porto di Catania.

Dopo il nostro meritato panino, abbiamo concesso a Karabà un’altra dose di grattini e salutato i nostri compagni di sempre: Antonio, Marco e i ragazzi di Etna e Dintorni, i soci del FAI e quella dolcissima signora di cui non ricordo il nome.

Carola

 

 

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